SOLI SENZA IUS*

italia s aUna riflessione lunga ma necessaria e comunque non ho il dono della sintesi, non me ne voglia la mia prof di italiano.

Quando parliamo di IUS SOLI di cosa stiamo parlando?

È di questi giorni il caldo dibattito sulla riforma della legge che regolamenta l’acquisizione della cittadinanza italiana. In Parlamento c’è una proposta di legge che vorrebbe modificare l’attuale norma (legge 5 febbraio 1992), già approvata alla Camera, ed ora in attesa dell’approvazione in Senato. Un passaggio che sembrerebbe sfumato tra le varie polemiche, il falso allarmismo che vuol ad es. legare l’approvazione della legge all’arrivo dei profughi o immigrati e la strumentalizzazione politica.

È da almeno 15 anni che se ne parla e pochi passi si sono fatti avanti: più di 20 proposte di legge e un paio di iniziative di legge popolare si sono alternate senza soddisfacenti risultati.

La cosa che più colpisce in tutto ciò è quanto sia stata forte la macchina comunicativa di chi ha remato contro l’approvazione della legge che ha avuto effetti dissuasori anche su alcune parti che l’avrebbe potuta votare.

Solo nell’ultimo anno il consenso tra i cittadini favorevoli al cambiamento è calato dal 70% al 56% circa. Uno “spostamento di massa” che lancia, tra gli altri, un messaggio chiaro: non ce la sentiamo, abbiamo paura e siamo confusi.

In tutta questa storia (del percorso che è arrivato all’ultima prooposta di modifica di legge) ci sono molti errori, spostamenti semantici, ritardi ingiustificati, mancanza di coraggio e più importante fra tutti tristi compromessi.

A livello politico, c’è poco da dire, i politici seguono il consenso e la popolarità che si può avere prendendo certe posizioni e dato che siamo vicini a diverse elezioni/referendum è chiaro che si fanno i conti in tasca. Questo aspetto è uno dei più deleteri della politica che anziché guidare, convincere e scommettere su ciò che si crede pur rischiando di perdere diventa vittima di un gioco perverso.

Ho cercato di confrontarmi tra chi è contrario alla riforma e i motivi principali che vengono esposti sono:

l’Italia concede la cittadinanza in modo generoso ed è facile ottenerla. Chi nasce e cresce qui da genitori non italiani non deve diventare italiano. Non c’è niente di giusto né di etico nella richiesta. Il solo senso che porta i cittadini a fare sacrifici per lo Stato è la promessa di tramandare ai propri figli -e solo a questi- una situazione migliore di quella trovata.  La cittadinanza non si dà gratis. Il solo metodo giusto è quello esistente in Italia che permette a persone che qui risiedono legalmente di ottenere la cittadinanza dopo il superamento di una serie di requisiti.

Consiglio la lettura di questo articolo che fornisce parte delle risposte e dati importanti:

https://www.lenius.it/dati-cittadinanza-italia/?gclid=Cj0KCQjw0ejNBRCYARIsACEBhDO-YXBm8rZTX_-ei0ONRCHpQ6nuGlHuicG0NWjM0VdugzH85bWDzGAaAg5FEALw_wcB

Prima di procedere con ulteriori considerazioni e riflessioni, è necessario ragionare sul concetto di ius soli.

Per ius soli si intende il diritto di acquisire la cittadinanza del paese in cui si nasce. Non è certo una novità nella storia, infatti basti pensare all’Impero Romano, che concedeva cittadinanza anche ai non romani “doc”. Una scelta politica che di fatto diede più forza allo stesso impero. Oggi quando si parla di ius soli in relazione alla riforma della cittadinanza si commette un mezzo errore, per uso improprio del concetto , infatti la proposta di legge non prevede uno ius soli puro ma temperato, e lo ius culturae, eppure (e forse per questo) la campagna che si oppone alla riforma ne parla come se lo fosse aumentando la confusione e costruendo fuorvianti argomentazioni.

Lo ius soli si differenzia dallo ius sanguinis, quest’ultimo al contrario prevede la trasmissione della cittadinanza unicamente da genitore a figlio.  Azzardo nel dire che lo Ius sanguinis è tipico di società dove il modello dello Stato Nazione è preponderante, mentre lo ius soli è tipico della società eterogenee, globalizzate interconnesse con il mondo e che vedono le proprie società diventare plurali.

Sarebbe dunque già facile capire perché è necessaria la riforma sulla cittadinanza ma non lo è perché si possono avere visioni e orizzonti differenti per la nostra società.

Parlo per me, dunque, e ritengo che oggi il senso di cittadinanza è cambiato di fatto. C’è una realtà a cui bisogna rendere conto una realtà che vede la presenza di immigrati e di loro figli e figli dei loro figli ormai da tre generazioni. Eppure ci dimentichiamo che l’Italia ha vissuto un periodo di forte emigrazione di italiani che altrove hanno contribuito a popolare e dar vita a nuove società. Ora, beh non proprio da ora ma ormai da oltre 20 anni, sono gli “altri” che vengono da noi a popolare il nostro vecchio (letteralmente vecchio) paese e a dargli nuova linfa.

Certo che questo può far sentire spaesati, con l’impressione di poter perdere le proprie tradizioni autoctone, mette in discussione la propria identità, impone di mettere alla prova i valori e principi che sanciti votando per una democrazia e a favore dei diritti umani, si ha paura dello sconosciuto e il momento storico/politico internazionale non aiuta.

Eppure io vedo un’altra cosa: vedo la normalità di un cambiamento in atto delle nostre società che come sempre lungo il corso della storia, innesca processi culturali che spostano le società verso nuovi equilibri. Spaventa? Sì, come sempre, ogni volta ed è quindi necessario impegnarsi (e qui il nodo critico perché è difficile mentre si tende alla pigrizia) per affrontare le cose.

Fatta questa breve e parziale premessa torniamo al tema della riforma della legge sulla cittadinanza.

Innanzi tutto la proposta oggi al Senato è il risultato di un compromesso che personalmente non mi soddisfa. Ad es. la riforma riguarda solo i minori e non considera gli adulti. Introduce condizioni discriminatorie per certi versi in quanto prevedere il criterio del permesso di soggiorno indeterminato di almeno uno dei due genitori; dato che tale documento lo ottiene solo chi ha condizione economiche più favorevoli, si rischia di discriminare chi invece non ne ha (e quale colpa avrebbe il minore per perdersi questa opportunità?).

La oca drammatica, purtroppo, è che sembriamo costretti all’opzione “meglio di niente, poi si vedrà”, boccone amaro da digerire. Ma qui il rischio è che non si vedrà proprio nulla. Perché non c’è mai il momento giusto per fare una legge forse, o si è lungimiranti e si anticipano i tempi o la legge nasce già vecchia.

Perché la riforma è comunque necessaria?

Perché la realtà ha superato la teoria. Perché rende giustizia a ciò che già esiste. Perché è un segno di forza e di civiltà proiettata ad una nuova fase.

Non ci possono essere nel 2017 cittadini di seria A e serie B. I figli di immigrati sono pienamente inseriti nel tessuto sociale italiano , così come molti adulti, e ne rispecchiano, nel bene e nel male, ogni aspetto. La condizione in Italia della cosiddetta integrazione è molto più positiva che altrove, ma di questo ne parlerò in un’altra occasione. Ci sono giovani e meno giovani attivi in politica, a livello culturale, economico, sociale, ecc. Godono degli stessi diritti degli altri? In gran parte sì, hanno assistenza sanitaria, diritto istruzione, ecc. Ma, c’è un ma: non votano, nonostante possano essere attivi in politica, non possono accedere ai bandi pubblici, le loro scelte di studio sono condizionate, non hanno piena libertà di circolazione all’estero, il rinnovo continuo dei documenti implica dover rinunciare a Erasmus, gite scolastiche ecc., ma la cosa più importante è un’altra: poter riconoscere un cittadino come parte piena del proprio sistema e accoglierlo nella grande comunità di italiani. Tutto questo non è indifferente, ha effetti sulla personalità, sul cuore, sulla mente, sull’identità, sul senso di appartenenza che inevitabilmente incide su ciò che si potrebbe o vuole restituire al Paese. È questione di dignità, rispetto e civiltà. Chi ritiene che non sia giusto lo fa perché si sente violato nella propria tradizione e identità e ha paura del cambiamento. Comprensibile ma fa parte del cammino della storia, come ricordato prima, bisogna saperlo affrontare e dare gli strumenti per farlo. La politica dovrebbe occuparsi di questo e ahimè non lo fa sempre bene.

Tra l’altro prima o poi tutti diventeranno cittadini, è solo questione di tempo, per cui la domanda è: perché rimandare? Perché prolungare il disagio di migliaia di persone? Oggi si può attendere anche 18-25-30 anni prima di diventare italiani. La sottoscritta, nata in Italia, ha atteso 32 anni.

Se c’è una cosa di cui abbiamo bisogno è puntare tutto su una forte educazione civica e rilanciare la scuola al meglio, perché essere cittadini vuol dire avere la consapevolezza di essere autori del nostro presente e futuro, con rispetto e conoscenza del passato, vuol dire contribuire a rendere questo Paese migliore, forte e dinamico, un paese che sappia rispondere a tutte le esigenze e affrontare le difficoltà senza paura ma lungimiranza. Non è facile ma è necessario. Non possiamo fermarci perché abbiamo paura. Per questo bisogna contrastare con forti argomenti ogni forma di intolleranza, strumentalizzazione politica volta a fomentare odio e confusione, non altro che nemici dello sviluppo.

Per questo chi si batte per tale diritto lo fa per avere anche un paese migliore.

—————————————————————–

L’idea del titolo del post è ispirata dall’amico Francesco Wu che ringrazio.

Photo credit Valerio Minato/Italia sono anch’io

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *