I PONTI DELLE “SECONDE GENERAZIONI”

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Tra il 14 e 22 ottobre 2017 ho avuto il piacere di tornare ad Amman su invito dell’Ambasciata italiana della capitale Giordana e partecipare alla settimana della lingua italiana nel mondo.

Immagino che non tutti siate a conoscenza dell’esistenza di questa settimana, ebbene neppure io lo sapevo ma è stata una piacevole scoperta.

Il primo giorno ho presenziato all’inaugurazione della suddetta settimana presso l’Università Giordana-The University of Jordan, dipartimento di lingue. Con mio grande stupore ho scoperto che gli studenti che scelgono di studiare la lingua italiana (in Giordania ma non solo) sono tantissimi, prevalentemente ragazze. A dimostrare l’alto livello di insegnamento è la competenza che hanno gli studenti nell’uso della nostra lingua, nonostante i più non abbiano mai messo mai piede nel nostro paese. Non studiano solo la lingua ma anche la letteratura, la storia del pensiero e della filosofia italiana, la storia della politica, ecc.

È stato molto interessante scambiare esperienze, confrontarsi e prospettare collaborazioni con i ragazzi e professori del corso. In italiano!

Prendendo spunto da questo nei giorni successivi e anche dopo il mio rientro a Milano ho avuto modo di entrare in contatto con realtà che operano su diversi importanti piani: sociale e volontariato, tecnologia e innovazione, diritti umani. Ci siamo accordati di sviluppare progetti e iniziative che possano coinvolgere i due paesi e sostenere in ambo le direzioni attività di utilità sociale, sviluppo culturale e artistico, sostegno di progetti umanitari, ecc.

Avrò modo di parlare di questo, in maniera approfondita, in un’altra occasione ma ora mi preme proporre una riflessione su un altro punto: quanto i figli di immigrati, le cosiddette seconde generazioni (di seguito 2G), possono essere utili per le relazioni tra Italia e Paesi di origine? In realtà l’idea è banale e neppure originale ed “esiste in natura”, ma quanto questo potenziale è fatto fruttare? Mi spiego, esistono già relazioni commerciali promosse da 2G, come ci sono coloro che sono impegnati in associazioni umanitarie, iniziative culturali, enti governativi, ecc., ma non c’è di base una visione d’insieme e una “strategia” lungimirante che valorizzi il doppio legame che hanno i figli di immigrati.

Cosa possiamo fare?

Per iniziare: è necessario riconoscere a livello politico/istituzionale questo potenziale. E’ utile individuare chi già opera in questa corsia a doppio senso, stabilire priorità e piani operativi, costruire relazioni ad hoc dove i figli di immigrati siano protagonisti e facilitatori. Un impegno non facile e neppure privo di criticità.

Parallelamente c’è un altro punto fondamentale da portare avanti: dare ai figli di immigrati (ma non solo) la possibilità di conoscere la loro cultura/lingua di origine anche in modo istituzionalizzato a partire dalla scuola, con scambi interculturali, lezioni specifiche e altre possibilità. Questo permetterebbe loro di avere una conoscenza a più ampio spettro e con più angoli di osservazione rispetto alla sola interiorizzazione dal lato familiare. Quest’ultima spesso è ancorata alla visione dei genitori che non di rado è una visione/ricordo del paese di origine che non sempre tiene il passo con gli sviluppi dello stesso. Una fotografia che viene tramandata senza approccio critico o analitico. Ancora, non di rado i figli di immigrati hanno una idea “caricaturale” di sé e dell’idea che hanno del paese di origine con il rischio di “folklorizzare” e ridurre la realtà.

Tutto questo se trovasse spazio per essere elaborato potrebbe incidere su molte questioni critiche di chi vive la “doppia assenza”/identità.

Ovviamente la domanda che sorge spontanea è: chi lo fa e come (esperti e loro preparazione, legittimazione da parte delle comunità di origine, coinvolgimento famiglie, non escludere la parte autoctona che può essere altrettanto preparata e capace, ecc.).

Beh, se si assume e si decide di voler intraprendere questa via, ovvero quella della valorizzazione dei figli di immigrati per la loro potenziale capacità di legare e creare ponti tra i Paesi, si possono affrontare queste ed altre questioni con metodo e criterio e aprire strade a nuove prospettive che superino i classici modelli di “integrazione” e prevengano radicalismi culturali/religiosi ed emarginazioni.

Infine una questione importante: la riforma della legge sulla cittadinanza. Nella prospettiva finora indicata questo passaggio diventa ancora più importante e assume, in molti casi, una valenza fortemente positiva che apre a molte porte e concede un ruolo importante ai nuovi italiani.

L’Italia ha bisogno di linfa e nuove energie, il bacino delle generazioni figlie dell’immigrazione è una buona fonte che va incanalata bene per portare risorse al Paese.

Una sfida necessaria.

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